Mi sono chiesta, sulla scia del boato mediatico che ha provocato, che cosa ne pensassi del famoso sms inviato da Dario Franceschini, pezzo da novanta del Pd, per appoggiare la sua compagna.
Tranquilli: io normalmente mi faccio domande e mi dò risposte. In altre parole me la faccio e me la dico.
Punto I. Franceschini non ha sperperato soldi pubblici per promuovere una personale campagna elettorale a favore della compagna, m ha usato il suo cellulare personale, ha scritto a 10 persone, che sono amici stretti. Quelli che insomma, ci si trova per un caffè, o a cena (e che adesso saranno 9).
Punto II. Ma se avesse spinto con sotterfugi e ammiccamenti poco leali alla candidatura della fidanzata io capisco pure. In fondo ci danno fastidio tutti coloro che sponsorizzano una moglie, un marito, un amante, un figlio, un cugino (e l'Italia, ahimè, è piena di questi esempi). La differenza sta proprio qui, nell'avere inviato un messaggio personale, senza costringere o ricattare nessuno (cosa che una volta a me successe: un "amico" mi prende da parte e mi fa "Dai Anna, dì ai tuoi di votare per quel ragazzo che gli ha regalato quella volta i biglietti per tal spettacolo". Non ho più votato per lui. E neanche i mei).
Punto III. All we need is love. Sarà pure retorico, ma brava la Santanchè: finalmente qualcuno che invece di sparare a zero facendo a pezzi gli avversari dice qualcosa di buono. Mi piace quando scende in campi questa Politica oltre le fazioni, non la politichetta gossippara e anche piuttosto squallida a cui siamo abituati da Arcore in avanti.
Punto IV, e ho finito. Posto che la scelta di ognuno è libera, per una volta non facciamo le pecore e pensiamo con la nostra testa. Tipo, leggiamo bene il testo del messaggio imputato: "Caro Xxx, se voti a Roma posso proporti di dare la preferenza a Michela Di Biase, la mia compagna, che si candida in consiglio comunale? Dario". Non c'è nulla di male in questo, non è certo riprovevole come mandare a casa una persona che lavora per piazzare la fidanzata. Questo sarebbe stato molto peggio, ed è lì che bisogna arrabbiarsi e sollevare uno spolvero e mediatico, magari sputando in un occhio a chi fa questo genere di cose. Perché, come dicevo, di esempi come questo su cui sarebbe giusto accanirsi, in Italia ce ne sono molti...
domenica 26 maggio 2013
domenica 12 maggio 2013
La lezione di Olimpia
Quando si ha la fortuna di intraprendere un viaggio, staccando la spina con la vita di tutti i giorni, si impara sempre qualcosa. O per lo meno, si risveglia in noi (oltre che un senso di spensieratezza che la vita frenetica di ogni giorno ci ruba), anche un senso insito di coscienza, di consapevolezza. Su noi stessi, su quello che ogni giorno facciamo, su quello che diamo o potremmo dare per fare di più e meglio, o se invece stiamo dando forse troppo, sprecando così energia e tempo preziosi.
Nell'antica Olimpia, dove un gruppo di appassionati greci inventò i Giochi Olimpici tanti, tanti anni fa, ho riscoperto il significato della parola "onore", per esempio. L'onore ha tante sfaccettature: l'onore più grande e alto per me l'ha avuto chi ha combattuto per l'Italia e per la Libertà perdendo la vita, o chi prima di morire ha guardato in faccia i suoi assassini dicendo "vi faccio vedere io come muore un italiano". Ecco, questo è il più alto significato di onore che io conosca. Ma ci sono anche altre sfumature, che ben lo descrivono.
Zigzagando tra i preziosi reperti archeologici di Olimpia (c'è chi le chiama rovine, ma io preferisco chiamarli così), accecata da un sole di maggio che sembrava quello di luglio, ecco la rivelazione. Nel Gymnasium, dove i giovani atleti greci si allenavano, studiavano e imparavano (più o meno come nel ginnasio di oggi, ma senza fare scioperi perché la carta igienica è ruvida) ci spostiamo nel luogo dove gli atleti un tempo gareggiavano: l'antenato dello stadio. In molti viaggiavano chilometri per mare e per terra per competere lì per le Olimpiadi, in molti (spettatori compresi) morivano di sete o di caldo durante quei giorni. E chi vinceva era uno solo, non c'erano secondi, terzi, quarti classificati. Niente medaglie, né tanto meno quelle d'argento o di bronzo: il secondo arrivato era il più grande sconfitto.
Si imparava, ci si allenava, si sudava, si gareggiava, si vinceva per l'onore, non per premi e premiucci, non per soldi o per potere. Onore che chi oggi è al potere, chi "vince", non credo sappia cos'è. Hanno più onore coloro che rinunciano alle loro ambizioni, rinunciano ai loro sogni per spaccarsi la schiena lavorando, così da poter mantenere la famiglia, e magari far studiare i figli.
Hanno più onore ragazzi e genitori che per dieci mesi lavorano per mare, sulle crociere, lontano dalle loro fidanzate e dai loro figli di un anno, per poter guadagnare qualcosa in più.
Non è retorica, è che non ci si pensa abbastanza, perché sono mondi lontani, storicamente in un caso, socialmente in un altro. A volte, a fare la differenza in una persona, sia essa un politico o un operaio, una casalinga o una manager con tacchi a spillo, è solo questione di dignità: in una parola sola, onore.
Nell'antica Olimpia, dove un gruppo di appassionati greci inventò i Giochi Olimpici tanti, tanti anni fa, ho riscoperto il significato della parola "onore", per esempio. L'onore ha tante sfaccettature: l'onore più grande e alto per me l'ha avuto chi ha combattuto per l'Italia e per la Libertà perdendo la vita, o chi prima di morire ha guardato in faccia i suoi assassini dicendo "vi faccio vedere io come muore un italiano". Ecco, questo è il più alto significato di onore che io conosca. Ma ci sono anche altre sfumature, che ben lo descrivono.
Zigzagando tra i preziosi reperti archeologici di Olimpia (c'è chi le chiama rovine, ma io preferisco chiamarli così), accecata da un sole di maggio che sembrava quello di luglio, ecco la rivelazione. Nel Gymnasium, dove i giovani atleti greci si allenavano, studiavano e imparavano (più o meno come nel ginnasio di oggi, ma senza fare scioperi perché la carta igienica è ruvida) ci spostiamo nel luogo dove gli atleti un tempo gareggiavano: l'antenato dello stadio. In molti viaggiavano chilometri per mare e per terra per competere lì per le Olimpiadi, in molti (spettatori compresi) morivano di sete o di caldo durante quei giorni. E chi vinceva era uno solo, non c'erano secondi, terzi, quarti classificati. Niente medaglie, né tanto meno quelle d'argento o di bronzo: il secondo arrivato era il più grande sconfitto.
Si imparava, ci si allenava, si sudava, si gareggiava, si vinceva per l'onore, non per premi e premiucci, non per soldi o per potere. Onore che chi oggi è al potere, chi "vince", non credo sappia cos'è. Hanno più onore coloro che rinunciano alle loro ambizioni, rinunciano ai loro sogni per spaccarsi la schiena lavorando, così da poter mantenere la famiglia, e magari far studiare i figli.
Hanno più onore ragazzi e genitori che per dieci mesi lavorano per mare, sulle crociere, lontano dalle loro fidanzate e dai loro figli di un anno, per poter guadagnare qualcosa in più.
Non è retorica, è che non ci si pensa abbastanza, perché sono mondi lontani, storicamente in un caso, socialmente in un altro. A volte, a fare la differenza in una persona, sia essa un politico o un operaio, una casalinga o una manager con tacchi a spillo, è solo questione di dignità: in una parola sola, onore.
giovedì 2 maggio 2013
Baby BANG
Mentre addentavo la mia brioche alla marmellata (con
conseguenze catastrofiche), ho alzato gli occhi. Tra il via vai di
prima mattina, nella pasticceria affollata da signore, nonnine
arzille e impiegati e artigiani per un-caffè-al-volo prima di riprendere a
lavorare, mi sono ritrovata davanti, nel tavolino di fronte, una pistola
puntata.
A mirare dritto in mezzo alla mia fronte, mentre la
marmellata traboccava sbrodolando da ogni angolo, uno spocchioso bambino di
neanche sei anni, con i capelli rossicci, lentiggini e uno sguardo sadico. Strizza
l’occhio per prendere bene la mira, puntella il gomito sul tavolino e sputacchiando
fa il verso della mitragliatrice, mentre sua madre era indaffarata a parlare
dell’ultima puntata di Uomini e Donne con la sua amica.
Io gli ho fatto una faccia tipo “Embè?” ho abbassato gli
occhi (mentre probabilmente nella sua mente mi esplodeva la testa in una scena alla Quentin Tarantino), e ho
continuato a mangiare la mia brioche.
Questa cosa apparentemente senza significato è successa
ormai una settimana fa.
Io adoro Tarantino, e anche se il mocciosetto in questione (mannò, che dite? io adoro i bambini…) mi puntava in faccia
una pistola giocattolo, vi dirò: non è stato simpatico.
Certo, era
una pistola giocattolo, ma ben fatta, l’effetto
era piuttosto realistico. Chissà, forse non starei a pensarci ancora se oggi nel
Kentucky bambino di cinque anni non avesse sparato e ucciso la sorellina di due
anni con il fucile per bambini che gli era stato regalato dai genitori. O forse
sì.
Il dibattito è tra i più accesi, anzi, forse il più acceso
negli USA, soprattutto dopo la strage alla maratona di Boston, dove in molti
hanno cambiato idea sull'appoggiare la campagna di controllo armi promossa da Obama, mentre
noi dall’altra parte dell’Oceano stiamo a guardare, chi contro chi no, ma tanto
il problema fortunatamente non ci riguarda, perché qui le pistole sono solo dei
giocattoli.
I maschietti giocano con pistolette finte da sempre (per non
parlare di quella di cui sono naturalmente dotati), non faccio la paternale e
non mi metto certo a pontificare sull’argomento. Ma un limite deve esistere,
altrimenti si continuerà a confondere la realtà da quella che è la finzione, il
gioco. Un’arma giocattolo lo è finché rimane tale, è chiaro a tutti il
concetto, ma il costruirne sempre di più reali, fa sì che questo confine si
assottigli sempre di più, lasciando che anche la finzione faccia parte della
nostra realtà, finché queste si confondono, finché anche uccidere diventa un
gioco. Il mocciosetto crescerà e diventerà uomo. Chi me lo dice che non deciderà
di farsi il porto d’armi e che non ammazzerà con la stessa facilità e
leggerezza la fidanzata che l’ha lasciato?
Ora, il piccolo mostro probabilmente avrà già abbandonato la
sua finta calibro 9 per la psp. Ma per una volta, tutto sommato, sono contenta sia
così (sempre che non s’ammazzino anche lì…)
sabato 20 aprile 2013
Cambiare
Potrei parlare di quanto sia desolante questo scenario di politica agonizzante (Pd allo sfacelo, destra pure ormai da un pezzo, con il maschio Alfa Berlusconi che non molla; e i grillini-strillini che sono un muro di gomma contro cui rimbalza anche il buonsenso, tra le altre cose). Politici corrotti e impegnati a proteggere i loro interessi, che sono la vera vergogna di un paese in cui chi veramente questo Pese lo fa, paga e basta: gli italiani, con neanche mille euro di stipendio al mese, se uno stipendio c'è (e se il lavoro c'è). Ce ne sarebbero molte, di cose da dire.
Ma non sono un'esperta del settore, non c'è niente di più lontano da me della politica, quindi sono l'ultima a poter/dover parlare. Consiglio a tutti però di dare una letta all'editoriale di Mario Calabresi su La Stampa di oggi, il "mio" giornale. Un'analisi attenta, che aiuta a farsi un'idea non di parte.
Invece di commentare quando sia deprimente la situazione dopo la tempesta di ieri, vorrei guardare un po' più in là. E lo faccio citando uno il cui QI era un tantino al di sopra del mio. Perché penso che in fondo, a volte, anche i temporali più violenti siano necessari.
Da qualche tempo è diventato il mio personale mantra:
"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi (anche nei partiti, ndr) è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere 'superato'.
"Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. LA VERA CRISI È LA CRISI DELL'INCOMPETENZA. L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia di cercare soluzioni e vie d'uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine. Una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. È NELLA CRISI CHE È ERGE IL MEGLIO DI OGNUNO, PERCHÈ SENZA CRISI TUTTI I VENTI SONO LIEVI BREZZE. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. FINIAMOLA UNA VOLTA PER TUTTE CON L'UNICA CRISI PERICOLOSA, CHE È LA TRAGEDIA DI NON VOLER LOTTARE PER SUPERARLA.
A. Einstein.
Ma non sono un'esperta del settore, non c'è niente di più lontano da me della politica, quindi sono l'ultima a poter/dover parlare. Consiglio a tutti però di dare una letta all'editoriale di Mario Calabresi su La Stampa di oggi, il "mio" giornale. Un'analisi attenta, che aiuta a farsi un'idea non di parte.
Invece di commentare quando sia deprimente la situazione dopo la tempesta di ieri, vorrei guardare un po' più in là. E lo faccio citando uno il cui QI era un tantino al di sopra del mio. Perché penso che in fondo, a volte, anche i temporali più violenti siano necessari.
Da qualche tempo è diventato il mio personale mantra:
"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi (anche nei partiti, ndr) è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere 'superato'.
"Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. LA VERA CRISI È LA CRISI DELL'INCOMPETENZA. L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia di cercare soluzioni e vie d'uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine. Una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. È NELLA CRISI CHE È ERGE IL MEGLIO DI OGNUNO, PERCHÈ SENZA CRISI TUTTI I VENTI SONO LIEVI BREZZE. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. FINIAMOLA UNA VOLTA PER TUTTE CON L'UNICA CRISI PERICOLOSA, CHE È LA TRAGEDIA DI NON VOLER LOTTARE PER SUPERARLA.
A. Einstein.
mercoledì 10 aprile 2013
Spam
Ieri, nella redazione de La Stampa, a Torino, è stato recapitato un pacco sospetto, un busta senza bolli né mittente. Come già saprete avendo letto dalle cronache e ascoltato nei tg si trattava di una busta bomba. Che solo per caso o per fortuna, almeno così pare, non è esplosa. L'innesco non ha funzionato, nel momento dell'apertura.
Io non sono una dipendente de La Stampa, non sono neanche una loro corrispondente. Sono solo una collaboratrice, una "piccola" free lance come ce ne sono tanti. Ma non so perché ho pensato subito ai colleghi, quando ho letto la notizia. Anche se sono una libera professionista senza fissa dimora, molti di loro li conosco, ci ho a che fare ogni giorno e ogni giorno queste persone lavorano per portare l'informazione a casa della gente, una buona informazione. Per questo sento quasi se la cosa toccasse, in un certo senso, anche me. Il mio pensiero subito è andato a loro, alle loro reazioni, a come devono essersi sentiti, posto il pericolo che hanno corso. È come se avessero toccato qualcosa che appartiene al mio mondo, con un gesto codardo e vigliacco che, come scrive Massimo Gramellini nel Buongiorno di oggi, non avrebbe colpito la Casta o i Poteri, ma avrebbe potuto far perdere una mano o un occhio a una persona con due figli, una casa, un mutuo.
Altri episodi simili sono accaduti negli ultimi mesi, oltre al caso de La Stampa ieri e ad altra "posta indesiderata", recapitata a un'agenzia investigativa di Brescia. Non voglio pensare a un gruppo organizzato dietro, anche se mi fa più paura un gruppo che non lo sia. Quello che penso ora è che quelle buste potrebbero innescare qualcosa di ugualmente pericoloso, nel cuore delle persone (impiegati, giornalisti): la paura. Non si dovrebbe andare al lavoro e aver paura di aprire la posta, non si dovrebbe tornare a casa e sentirsi fortunati di non averla aperta, o che 'grazie al cielo stavolta almeno non e scattato l'ordigno e non mi è saltata la mano', non si dovrebbe pensare cosa è stato fatto di così grave da indurre qualcuno a odiare (solo odio può portare a questo, e l'odio non porta mai a nulla) una persona, o un gruppo di persone, o chi le rappresenta: giornali, Enti. Non in un Paese civile, almeno. Ma a volte, viene il dubbio che il nostro effettivamente non lo sia.
Io non sono una dipendente de La Stampa, non sono neanche una loro corrispondente. Sono solo una collaboratrice, una "piccola" free lance come ce ne sono tanti. Ma non so perché ho pensato subito ai colleghi, quando ho letto la notizia. Anche se sono una libera professionista senza fissa dimora, molti di loro li conosco, ci ho a che fare ogni giorno e ogni giorno queste persone lavorano per portare l'informazione a casa della gente, una buona informazione. Per questo sento quasi se la cosa toccasse, in un certo senso, anche me. Il mio pensiero subito è andato a loro, alle loro reazioni, a come devono essersi sentiti, posto il pericolo che hanno corso. È come se avessero toccato qualcosa che appartiene al mio mondo, con un gesto codardo e vigliacco che, come scrive Massimo Gramellini nel Buongiorno di oggi, non avrebbe colpito la Casta o i Poteri, ma avrebbe potuto far perdere una mano o un occhio a una persona con due figli, una casa, un mutuo.
Altri episodi simili sono accaduti negli ultimi mesi, oltre al caso de La Stampa ieri e ad altra "posta indesiderata", recapitata a un'agenzia investigativa di Brescia. Non voglio pensare a un gruppo organizzato dietro, anche se mi fa più paura un gruppo che non lo sia. Quello che penso ora è che quelle buste potrebbero innescare qualcosa di ugualmente pericoloso, nel cuore delle persone (impiegati, giornalisti): la paura. Non si dovrebbe andare al lavoro e aver paura di aprire la posta, non si dovrebbe tornare a casa e sentirsi fortunati di non averla aperta, o che 'grazie al cielo stavolta almeno non e scattato l'ordigno e non mi è saltata la mano', non si dovrebbe pensare cosa è stato fatto di così grave da indurre qualcuno a odiare (solo odio può portare a questo, e l'odio non porta mai a nulla) una persona, o un gruppo di persone, o chi le rappresenta: giornali, Enti. Non in un Paese civile, almeno. Ma a volte, viene il dubbio che il nostro effettivamente non lo sia.
lunedì 8 aprile 2013
Vinitaly show
Vinitaly 2013, anche quest'anno non me lo sono fatto mancare. E dire che sembrava solo ieri che facevo l'hostess ai tempi dell'Università (mi ricordo ancora che la sera andavo a letto e sognavo di lavare-asciugare bicchieri: un incubo).
Come quella volta che chiacchierando Luigi, il buon Luigi nello stand dove davo una mano, mi diede la dritta. Parlava di come la Germania avvicinasse sempre più la data della sua manifestazione vinicola alla nostra. Ti pare che me ne sto con le mani in mano? Io?? Allora ho passato tutta la pausa pranzo (tipo un quarto d'ora) nello sgabuzzino dello stand (tipo 1 metro per 1 metro), sommersa di scatoloni, bottiglie e bicchieri. Stretta in un angolino a scrivere e a telefonare ai piani alti dell'immensa macchina fieristica Veronese. Lì, da uno sgabuzzino. È divertente pensarci, soprattutto perché il pezzo il giorno dopo era l'apertura: schiaffo della Germania al Vinitaly, più o meno.
Di cose divertenti ne potrei raccontare molte altre. Che so, come negli anni più che Vinitaly fosse Ubriachitaly: ho assistito a scene in cui ragazzi in divisa dotati di piccoli ma efficienti kart elettrici trasportavano parecchi visitatori messi letteralmente ko dal tasso alcolemico eccessivamente alto. Quest'anno grazie al cielo non pare essere così: le date della fiera, tanto per cominciare, non terminano con il weekend ma iniziano di domenica. All'inizio di qualcosa si è sempre più rigidi (avete presente la differenza tra il primo giorno di scuola e l'ultimo?). E poi il prezzo del biglietto: neanche un alcolista pagherebbe tanto per entrare. Il che probabilmente era proprio nelle intenzioni della direzione.
Al Vinitaly anche quest'anno tanti bei personaggioni, a cominciare da Antonella Clerici, che ha presentato i vini del centenario del festival lirico, che iniziò il 10 agosto 1913 con l'Aida di Verdi.
Ma la sorpresa è stata nello stand del progetto VIVA. Parlo col titolare, che mi dice come il progetto sia stato promosso anche dal ministero dell'ambiente. "Toh, c'è il Ministro...". E mi ritrovo una accia più che nota: "piacere, Corrado". Clini in carne e ossa, rilassato dopo l'impegnativa giornata tra conferenze e inaugurazioni (e magari dopo qualche assaggio). Si concede alla mia videointervista. Sereno, tranquillo. Non gli faccio paura, non sono Santoro. Non ancora, almeno...
Come quella volta che chiacchierando Luigi, il buon Luigi nello stand dove davo una mano, mi diede la dritta. Parlava di come la Germania avvicinasse sempre più la data della sua manifestazione vinicola alla nostra. Ti pare che me ne sto con le mani in mano? Io?? Allora ho passato tutta la pausa pranzo (tipo un quarto d'ora) nello sgabuzzino dello stand (tipo 1 metro per 1 metro), sommersa di scatoloni, bottiglie e bicchieri. Stretta in un angolino a scrivere e a telefonare ai piani alti dell'immensa macchina fieristica Veronese. Lì, da uno sgabuzzino. È divertente pensarci, soprattutto perché il pezzo il giorno dopo era l'apertura: schiaffo della Germania al Vinitaly, più o meno.
Di cose divertenti ne potrei raccontare molte altre. Che so, come negli anni più che Vinitaly fosse Ubriachitaly: ho assistito a scene in cui ragazzi in divisa dotati di piccoli ma efficienti kart elettrici trasportavano parecchi visitatori messi letteralmente ko dal tasso alcolemico eccessivamente alto. Quest'anno grazie al cielo non pare essere così: le date della fiera, tanto per cominciare, non terminano con il weekend ma iniziano di domenica. All'inizio di qualcosa si è sempre più rigidi (avete presente la differenza tra il primo giorno di scuola e l'ultimo?). E poi il prezzo del biglietto: neanche un alcolista pagherebbe tanto per entrare. Il che probabilmente era proprio nelle intenzioni della direzione.
Al Vinitaly anche quest'anno tanti bei personaggioni, a cominciare da Antonella Clerici, che ha presentato i vini del centenario del festival lirico, che iniziò il 10 agosto 1913 con l'Aida di Verdi.
Ma la sorpresa è stata nello stand del progetto VIVA. Parlo col titolare, che mi dice come il progetto sia stato promosso anche dal ministero dell'ambiente. "Toh, c'è il Ministro...". E mi ritrovo una accia più che nota: "piacere, Corrado". Clini in carne e ossa, rilassato dopo l'impegnativa giornata tra conferenze e inaugurazioni (e magari dopo qualche assaggio). Si concede alla mia videointervista. Sereno, tranquillo. Non gli faccio paura, non sono Santoro. Non ancora, almeno...
sabato 6 aprile 2013
Non ci resta che piangere
Anna Maria e Romeo. Marito e moglie, lei 68 anni, lui 62, vivevano a Civitavova, nelle belle Marche. Vivevano, perché assieme, come lo erano da una vita, hanno deciso di suicidarsi. E con loro, a farla finita è stato anche il fratello di lei, Giuseppe, che non ha retto alla notizia.
Una tragedia dei giorni nostri, come se ne sentono tante, troppe. Ma sono anche vite sulla coscienza di chi comanda. Perché non sarebbe successo se non fossero stati abbandonati dallo Stato "stretti in una tenaglia mortale", come ha detto un vicino e come racconta La Stampa di oggi http://www.lastampa.it/2013/04/06/italia/cronache/civitanova-in-lutto-per-i-coniugi-suicidi-e-i-parenti-contestano-le-istituzioni-MGs8hFS3ibmcywER6AM4gJ/pagina.html.
Romeo, con la crisi nell'edilizia, aveva deciso di non arrendersi: aveva aperto partita iva, cercava di lavorare, voleva lavorare. Ma i contributi erano troppi, non riusciva a far fronte alle spese.
Sessant'anni, non venti o trenta, che al massimo puoi sperare che le cose vadano meglio, se non altro hai quella, la speranza. Quella di un futuro migliore.
Ma a sessant'anni no, pensi (pensi di sperare) solo a vivere bene gli anni che ti rimangono. E mentre sentiamo chi (come la Fornero) commenta 'addolorata' "hanno sentito troppo forte il peso della crisi", io mi chiedo: ma con che coraggio?
Io conosco i sessantenni di oggi, la stessa età dei miei genitori: gente con una dignità, che è cresciuta scrivendo a carta e penna e con la cultura della "bella scrittura", senza iPhone Tablet o altro. È gente che "tutto, ma i debiti no". Gente nata nel dopoguerra, cresciuta a pane e onestà, dove ci si metteva i vestiti della cugina, che a sua volta li aveva ereditati dalla sorella. Gente che l'Italia l'ha fatta con le proprie mani, tirandosi su le maniche, non a spread. Gente che i sacrifici erano all'ordine del giorno. Gente che ha avuto la fortuna di vedere come si stava prima che venisse alla luce tutto questo letame in cui siamo oggi e accumulato dagli anni 80 e forse anche da prima, questo vortice paradossale, un agghiacciante teatrino dell'assurdo e che continua ad autoalimentarsi grazie a chi è al potere e non fa quello che dovrebbe fare, grazie all'indifferenza.
Massimo Gramellini su La Stampa ha scritto un Buongiorno (che non è per nulla buono) esemplare, che vi invito a leggere: http://www.lastampa.it/2013/04/06/cultura/opinioni/buongiorno/la-realta-schiaffeggia-il-potere-gvchvFl22oirjM9cZEyfIL/pagina.html
Chi fa le leggi le modifichi, è lì per quello. Roba da Medioevo quella che stiamo vivendo oggi a livello istituzionale e politico in Italia. Dove addirittura si dice una cosa e il suo contrario, senza giungere a niente. Mi aspetto che chi oggi è al potere (ops, scusate, sarà al potere), si sbrighi a fare qualcosa. Gli converrà, sicuro. Altrimenti sarà difficile tirare su tasse (e soldi per i loro stipendi e pensioni d'oro) da chi giace sei metri sotto terra, schiacciato da una realtà senza senso, contraddittoria, infelice specchio dei tempi di quest'Italia ormai neanche più ridicola.
Una tragedia dei giorni nostri, come se ne sentono tante, troppe. Ma sono anche vite sulla coscienza di chi comanda. Perché non sarebbe successo se non fossero stati abbandonati dallo Stato "stretti in una tenaglia mortale", come ha detto un vicino e come racconta La Stampa di oggi http://www.lastampa.it/2013/04/06/italia/cronache/civitanova-in-lutto-per-i-coniugi-suicidi-e-i-parenti-contestano-le-istituzioni-MGs8hFS3ibmcywER6AM4gJ/pagina.html.
Romeo, con la crisi nell'edilizia, aveva deciso di non arrendersi: aveva aperto partita iva, cercava di lavorare, voleva lavorare. Ma i contributi erano troppi, non riusciva a far fronte alle spese.
Sessant'anni, non venti o trenta, che al massimo puoi sperare che le cose vadano meglio, se non altro hai quella, la speranza. Quella di un futuro migliore.
Ma a sessant'anni no, pensi (pensi di sperare) solo a vivere bene gli anni che ti rimangono. E mentre sentiamo chi (come la Fornero) commenta 'addolorata' "hanno sentito troppo forte il peso della crisi", io mi chiedo: ma con che coraggio?
Io conosco i sessantenni di oggi, la stessa età dei miei genitori: gente con una dignità, che è cresciuta scrivendo a carta e penna e con la cultura della "bella scrittura", senza iPhone Tablet o altro. È gente che "tutto, ma i debiti no". Gente nata nel dopoguerra, cresciuta a pane e onestà, dove ci si metteva i vestiti della cugina, che a sua volta li aveva ereditati dalla sorella. Gente che l'Italia l'ha fatta con le proprie mani, tirandosi su le maniche, non a spread. Gente che i sacrifici erano all'ordine del giorno. Gente che ha avuto la fortuna di vedere come si stava prima che venisse alla luce tutto questo letame in cui siamo oggi e accumulato dagli anni 80 e forse anche da prima, questo vortice paradossale, un agghiacciante teatrino dell'assurdo e che continua ad autoalimentarsi grazie a chi è al potere e non fa quello che dovrebbe fare, grazie all'indifferenza.
Massimo Gramellini su La Stampa ha scritto un Buongiorno (che non è per nulla buono) esemplare, che vi invito a leggere: http://www.lastampa.it/2013/04/06/cultura/opinioni/buongiorno/la-realta-schiaffeggia-il-potere-gvchvFl22oirjM9cZEyfIL/pagina.html
Chi fa le leggi le modifichi, è lì per quello. Roba da Medioevo quella che stiamo vivendo oggi a livello istituzionale e politico in Italia. Dove addirittura si dice una cosa e il suo contrario, senza giungere a niente. Mi aspetto che chi oggi è al potere (ops, scusate, sarà al potere), si sbrighi a fare qualcosa. Gli converrà, sicuro. Altrimenti sarà difficile tirare su tasse (e soldi per i loro stipendi e pensioni d'oro) da chi giace sei metri sotto terra, schiacciato da una realtà senza senso, contraddittoria, infelice specchio dei tempi di quest'Italia ormai neanche più ridicola.
Iscriviti a:
Post (Atom)

















