giovedì 13 marzo 2014

Girl power

Cosa cambierebbero davvero le quote rosa?
Servirebbero a cambiare la mentalità di chi in azienda, se hai 30 anni e magari ti stai anche per sposare, preferisce assumere un collega maschio? Tra l'altro manco dicendolo apertamente (ovvio), ma anzi giustificando la scelta con mille altre scuse (deboli quanto ridicole)?
Aiuterebbero a creare asili aziendali, a lavorare in condizioni adeguate perché le donne, da che mondo e mondo che ci piaccia oppure no, fanno figli (e magari pure li crescono pure)?
Le quote rosa possono servire a dare alle donne - politiche e non - la possibilità di lavorare ad armi pari tanto quanto i colleghi maschietti, nonostante le differenze - ed esigenze - biologiche (v. alla voce "allattamento", "gestazione" e "parto", oltre a "figlio da andare a prendere all'asilo perché ha la febbre")? 
Servirebbero a non confondere disparità con differenza (se mi dicono che sono uguale ad un uomo inzio a preoccuparmi)?
Le quote rosa servirebbero a non giudicare una bella donna che fa carriera a non essere considerata (sì, anche dalle stesse donne) quella che "sicuramente l'ha data"? O magari, solo a farle cambiare idea la mattina davanti all'armadio, optando per una bella gonna colorata sopra il ginocchio anziché castigati pantaloni, solo per non sembrarlo agli occhi dei colleghi maschi, una che "sicuramente l'ha data"?
Servirebbero a farla sorridere di più, ad essere più dolce se lo vuole, cosa che spesso non fa solo per dimostrare di valere tanto quanto un uomo?
Le quote rosa cambierebbero davvero le cose per le donne, tutte, anche le libere professioniste che se-lavori-guadagni-sennò-ciccia?

Ai posteri l'ardua sentenza. Perché a me, francamente, il dubbio resta (ma sarebbe così bello se quote rosa riuscissero a fare tutte queste cose...)

domenica 29 dicembre 2013

Quando la terra trema. Napoli, 29/12/2013

Napoli, 29 dicembre, ore 18.08. Ero alla fase finale del "pranzo domenicale napoletano": quattro ore di delizie in stile "La grande abbuffata" cucinate da Rosaria, ottima che ha ospitato noi veronesi abituati a risottini e, normalmente, a pranzi domenicali che si e no durano un'oretta o poco più. Troppo, per noi veneti. Ma anche troppo buono...
Eravamo una decina, attorno al tavolo imbandito da cannoli, cassata, torta ricotta e pere, l'immancabile pastiera.
Sono sincera, e non per minimizzare l'evento, o ridicolizzarlo, non sia mai, ma solo perché è la verità: avevo mangiato così tanto, che la sedia che oscillava credevo fosse uno svarione da semi coma-glicemico. Poi qualcuno ha cominciato a dire "o' terremoto" e poi "sì, guarda il lampadario come oscilla". Se ci pensiamo bene, succede sempre così.
Quindi, alzando gli occhi e vedendo il lampadario ballare, ho realizzato che anche la sedia su cui ero seduta continuava effettivamente a muoversi, ma non era colpa di una sensazione sbagliata. Era vero, c'era il terremoto.
C'è chi si alza, mentre fuori, sulle scale del palazzo si sente qualcuno parlare ad alta voce, direi quasi urlare. 

Intanto la via si riempie di persone uscite dalle proprie abitazioni o dai negozi. Ci si guarda un po' attorno, si telefona, le linee si intasano, il cellulare perde la connessione in un nano secondo; c'è chi si affaccia dal balcone e parla con il dirimpettaio: "la mia veranda faceva così", mima lo scossone una signora dal suo balcone. 
Chi è suscettibile, chi meno; ma non ci si abitua mai, a eventi come questo. Ricordo (quasi) due anni fa ormai, quando la terra ha tremato a Mantova, portando la distruzione che tutti abbiamo visto in tv e sui giornali. 

Sarà ormai passata quasi una mezz'ora, forse di più, e si cercano le prime notizie in tv nei tg mentre come sempre Twitter e il web hanno anticipato tutti: e a tavola il terremoto è diventato l'argomento principale.
Rosaria non finisce il suo caffè. "Non ce la faccio a finirlo", dice scuotendo il capo. Paura? "Eh, mi è venuta una cosa 'ca", spiega toccandosi il petto. Era il 1980 e lei era una giovane mamma quando a Napoli ci fu un terremoto molto più spaventoso, dove morirono delle persone. Rosaria se lo ricorda bene.
E anche se allora non c'ero ancora, anche se quel terremoto non l'ho vissuto, per il resto della serata i miei occhi (e non solo i miei) non si sono staccati da quel lampadario.

lunedì 14 ottobre 2013

Zumba-pensiero

La Zumba l'hanno inventata per dimagrire, tonificare e nello stesso tempo divertirsi. Ora, io ringrazio chi se l'è inventata, aveva tutte le migliori volontà, accidenti. Tuttavia la triade dimagrire-tonificare-divertirsi è piuttosto azzardata.
By the way, tutto sommato non è male. Anzi, io mi sono pure esaltata quando hanno messo a tutto volume Blurred Lines (tra l'altro, non capisco perché questa canzone "non rispetta la dignità femminile". Ci si dovrebbe indignare quando vieni a sapere che ti escludono a priori per un lavoro perché sei donna e con il ciclo, non per una canzone ammiccante).
Dicevo, con Blurred Lines ti esalti anche, e inizi a seguire le mosse ancheggianti e saltellanti dell'instancabile istruttrice. E sì, entri nel Zumba-pensiero, e ti piace, il sangue pompa veloce nelle vene, il tuo corpo si risveglia, i tuoi muscoli guizzano, ti senti come mai prima. Viva, in forma, persino felice di sudare (!?!). Ti senti anche bella, e il ritmo latino ti fa sentire un po' come Jennifer Lopez, anzi, di più, come Belèn (che è sempre un mito irraggiungibile).

Poi, fai il drammatico errore: ti volti e ti vedi allo specchio.

Quell'immagine riflessa con i rotolini non può essere la tua: ti eri messa anche i pantaloni neri, lunghi e larghi, perché il nero smagra! E perché invece di saltare come Jennifer Lopez sembri un'antilope fatta di crack?
E allora non ci credi, dev'essere lo specchio che ha qualche problema. Poi ti guardi bene in faccia e ti accorgi che invece sei proprio tu.
È allora che scatta l'effetto Bridget Jones e saltelli ancora più in alto, allo stremo delle forze, al limite dell'arresto cardiocircolatorio sempre dietro l'angolo, visto che il principio base della Zumba è non fermarsi mai (e urlare di tanto in tanto, per esorcizzare il collasso imminente).

La lezione finisce, sei sempre tu, con i tuoi rotolini. Il miracolo Zumba non si è ancora manifestato e tu non assomigli a Belen e neanche a J.Lo. Magari, dopo la prossima lezione...

venerdì 4 ottobre 2013

Europa che?

Una delle regole del giornalismo è "fa più rumore un morto sotto casa che cento morti dall'altra parte del mondo", su per giù.
Bene, i morti a largo di Lampedusa stavolta sono 111 (per ora), e l'Italia non è esattamente "dall'altra parte del mondo". Stavolta (perché non è la prima volta), pare che l'Europa l'abbia per lo meno ammesso. Magari non capito, ma almeno ammesso (a parole: i fatti sono un'altra cosa) 
Orrore, tragedia, vergogna. Ce ne sono tante, di definizioni adatte.
Io la chiamo ignavia. Quella di un'Europa dei mercati e dello spread - ma non dei popoli - che non guarda in faccia le persone, neanche i morti. Europa che?
Non sono per la politica di "rimandiamoli indietro", ma l'accoglienza deve esserci se si può garantire loro il minimo di qualcosa. Organizzare un sistema che funziona, dall'accoglienza, all'integrazione nella società, dall'abitazione al lavoro. E non solo in Italia: da qui il loro presente deve ripartire, per diventare futuro, nel nostro paese o in un altro. 
Non è sufficiente rinchiudere questa gente in centri per l'immigrazione per mesi, per poi metterli su un treno e recapitarli come pacchi postali nelle varie città italiane: non è quello che cercano, non è quello che vogliamo. Ci rimettono loro (quando qui ci arrivano vivi), e ci rimettiamo anche noi.


domenica 15 settembre 2013

Il sogno di Marco

Rieccoci qui dopo l'estate. Potrei raccontarvi di isole lontane, bikini striminziti e signore affezionate alla chirurgia plastica. Oppure di quanto sia charmant il Festival del cinema di Venezia (o di quanto sia davvero bello George Clooney dal vivo). O, ancora, di come sia frustrante dopo una settimana fuori dal mondo, rientrare, leggere i giornali e constatare che non è cambiato nulla.
Anzi, no, una notizia che merita c'è, ed è il ritorno a casa di Domenico Quirico, giornalista de La Stampa rapito in Siria: lo stavamo aspettando da 5 mesi.

Ma oggi non voglio parlare di niente di questo.
Ieri ero invitata al 36esimo compleanno di Marco, nel giardino di casa dei suoi genitori, la loro è troppo piccola per ospitare tutti noi: una bella occasione per rivedere lui, la sua dolcissima moglie, il bassotto Muffin e tutti gli altri amici. Al momento del brindisi Marco inizia il discorso "c'è un doppio motivo per festeggiare". Subito tutti abbiamo pensato a una cicogna in arrivo e abbiamo squadrato sua moglie.
Ma l'annuncio era per un nuovo, ritrovato lavoro, che per Marco mancava da quattro mesi.
Quattro mesi fa Marco ha visto il suo futuro andare in frantumi come cocci: "ci dispiace ma non sei più parte di quest'azienda" gli hanno detto. Crisi e tagli, una storia come tante, nè migliore nè peggiore di altre.

"Adesso posso ricominciare a sognare"
E il sogno, per lui, non è una macchina costosa. Non è una barca, una vacanza, una seconda casa al mare o in montagna... È una casa (una) dove vivere con sua moglie e magari avere uno, due figli, farli studiare, vivere insieme con dignità. 
L'applauso fragoroso e le grida di eccitazione di noi amici, che si sono sollevate al suo annuncio mi ha fatto venire la pelle d'oca. Tanto più quando suo padre ha commentato che una volta, per un annuncio così, le reazioni erano diverse, più contenute, perchè avere un lavoro era normale, arrivava e basta, fino alla pensione. 

Viviamo gli effetti sulla crisi sui nostri affetti.
E scopriamo che la speranza di questa generazione per il proprio futuro è, intanto, averne uno. Ci basta la dignità.

In bocca al lupo a Marco e a tutti quelli alla ricerca di un futuro: mi piace pensare che alla fine i sogni si avverino...

lunedì 22 luglio 2013

#SocialBaby

Non era ancora nato e il terzo in linea di successione al trono, alias Royal Baby, il figlio di William e Kate era già famoso.
E non perché ne sto parlando io, di grazia: centinaia di giornalisti assiepati davanti al St. Mary's Hospital, copertine sui giornaletti con tanto di sosia di Will&Kate che si abbracciano felici e, soprattutto, migliaia (milioni!?) di tweet, oltre che due account Twitter (royalbaby @middletonchild e @RoyalFetus).

Oh, my God. Il primo principino social della storia è finalmente arrivato.
Consola il fatto che la povera Kate avrà sudato sette camicie imprecando al suo William, proprio come avrà fatto la signora indiana al terzo piano e al terzo figlio (magari in un ospedale a Mumbai). Consola il fatto che questo #RoyalBaby è venuto al mondo come qualsiasi normale bambino. Consolano questi sprazzi di informale normalità, perché niente, al di fuori di questo e di poche altre cose nella sua vita sarà "normale". 
Ma scusate, uno che ogni secondo conta una dozzina di tweet, prima ancora di nascere, vi sembra avrà una vita normale? Suvvìa... non prendiamoci in giro.

Perché succede? Perché ci appassionano? Perché, insomma, persone che nemmeno sanno che esistiamo, e che non cambieranno mai la nostra vita, ci interessano tanto? 
Secondo voi scatta la stessa cosa che scattava a mia zia quando guardava e si appassionava alla telenovela Topazio e di cui non si perdeva nemmeno una puntata, o c'è di più? 

Loro non sono, in fondo, come le rockstar che con la loro musica danno ritmo alle nostre giornate, o scrittori che con le loro parole condiscono la nostra esistenza.
Ma ci piacciono, ci scaldano il cuore: la loro favola, diventa la nostra, anche se solo un po' . 
Una favola che continua, una saga che ci coinvolge, crea empatia (sì, come mia zia con Topazio, in un certo senso), proprio come i libri che leggiamo e che ci appassionano o i film che andiamo a vedere, solo che questa favola è reale - scusate il gioco della parola "reale", ma non ho resistito...-

E qui viene il bello: perché twittiamo? Smania di mettersi in mostra e di essere re-twittati? Voglia di "esserci dentro"? (cfr Gianni Riotta @riotta: i suoi corsi ti aprono il terzo occhio).
Voglia di non perdersi un momento della loro, della nostra storia che a distanza di trent'anni rivedremo in tv quando il piccolo in questione diventerà a sua volta papà come sta in effetti accadendo con le immagini di Diana quando uscì dal St. Mary's Hospital, 31 anni fa, il pargolo William in braccio? 

Twitto, ergo sum?

Forse. Sono, credo, tutte risposte accettabili, possibili, forse tutte giuste o forse tutte sbagliate.
Detto ciò, credo che la risposta sia che esserci dentro è uno sballo: è meglio che farsi di LSD (non ho mai provato, ma la faccia di Mick Jagger negli anni '60 diceva molto); il #SocialBaby ti trascina in un turbinio senza confini, ti rimbalza a 200 all'ora tra un tweet e l'altro, creando comunità, continuità, connessione tra individui, storie, mondi, vite assolutamente diverse, con nulla in comune, se non il #RoyalBaby (ho retwittano il tweet di un giornalista della BBC fuori dal St.Mary's: ne ho la prova).

Alla fine noi esseri umani, anche nell'era social, non smettiamo di fare quello che facciamo dall'inizio dei tempi (a parte riprodurci, cosa non estranea nemmeno ai reali: si fa in quel modo lì, a prescindere).
Siamo fatti non per vivere come bruti, ma per stare insieme, per aggregarci, per provare emozioni, sulla piazza vera o virtuale che sia: siamo, da sempre, sociali.

lunedì 15 luglio 2013

Senza pregiudizi

 Era da molto tempo che non facevo una bella chiacchierata in treno. Di solito leggo un libro, sfoglio una rivista provando una sana invidia per le modelle (e per quello che indossano), guardo fuori, scrivo -come sto facendo ora che sono sulla via del ritorno.
Invece stamattina, sul regionale che mi portava in quel di Venezia, davanti a me c'era Eloise: 28 anni e da 20 in Italia, arriva dalla Costa D'Avorio. È sveglia, spigliata, con un bel caratterino e con le idee molto chiare di come funziona il mondo. Inevitabilmente la nostra conversazione, iniziata con lei che ha mal di testa e io che le passo un Oki (ho una mini farmacia nella borsa) finisce lì: il ministro Kyenge, l'uscita di Calderoli, l'Italia e gli italiani. 
Lei alza gli occhi al cielo, giustamente... "questo poi, mamma mia". Ma invece di inveire contro Calderoli e dire frasi sprezzanti e cariche d'odio tipo "al nord siete tutti razzisti", che diciamo, era qualcosa che mi aspettavo da parte sua che rappresenta la minoranza, Eloise mi pone il problema sotto un'altra angolazione. Più vasta. Più generica, globale, un problema comune, eppure centra l'argomento. "Sai, in Italia il punto è che la gente dovrebbe aprire di più la mente. Qui non ci rendiamo conto che in altri governi di altri Stati sono da tempo presenti persone di colore, e nessuno si sogna di dire mai nulla, di offenderli. Bisogna aprire la mente". 
E su chi arriva in Italia dice la verità, quando ammette che "Anch'io avrei paura ad aprire le porte di casa mia a uno straniero. Dalla parte dello straniero, invece, spesso c'è la paura di integrarsi. Ma se l'integrazione non funziona, mi spieghi che ci sto a fare qui?"
Eloise ha viaggiato, ma sua madre è rimasta a casa e il padre vive in un altro Stato. Eppure lei non si lamenta, non fa la vittima. Può essere malinconica a casa, ma al lavoro ha sempre il sorriso. "Quando chiamo a casa e racconto che ho litigato con il mio fidanzato -italiano ndr- mia mamma mi dice 'stai attenta! Magari ti ammazza!'. Tutto il mondo è paese, i pregiudizi ci saranno sempre. Ma lo sai che quando torno in Costa d'Avorio in aeroporto mi dicono 'ecco che arriva la mafiosa'? Ti sembra bello? Lo dicono persone di colore come me che lo vedono dal passaporto che sono nata lì, anche se vivo in Italia", dice con un curioso accento metà francese e metà veneto. Ce ne fossero, come lei: non avremmo il problema dell'integrazione.
Già, grazie per avermelo ricordato Eloise. Tutto il mondo è paese, i pregiudizi sono duri a morire, ma a volte questo Paese, proprio per questo motivo, bisogna fare di tutto per cambiarlo (e possibilmente in meglio). Senza pregiudizi.